venerdì 17 novembre 2017

Orsi affamati in Appennino

Quando dico che l'Appennino Emiliano in veste invernale è imprevedibile, lunatico, e incerto, non sbaglio. Ma è anche seducente, affascinante, appagante: un terreno di avventura proprio per quelle condizioni che non sai mai bene come saranno, e che spesso cambiano in poche ore e pure in pochi metri.
Una giornata non come tante: un venerdì sera scarico, le piccozze che fremono, un meteo che invoglia, la luna piena, la fame di Alpinismo e di Avventura: di Appeninismo. Itinerari non ancora saliti, sempre e solo visti da lontano, che "chissà come sono" "chissà se ce la faccio" "chissà le condizioni". A volte i "chissà" frenano, altre volte..stuzzicano. E allora: vai! Un'ora di sonno a casa e una al parcheggio: alle 2 sono in cammino. Parte male: mi trovo nel posto giusto per attaccare il Fosso della Piella, ma dubbioso torno indietro: temo di aver già compromesso la giornata. Ma la Luna Piena è una sorella che consola, e con la sua illuminazione con un traverso verso l'ignoto e una discesa ripida riesco a rimettere piede nel canale. E uscirne: osservare la pianura, la civiltà, con tutte le sue lucine artificiali.
Proseguo nel mio "progetto" che non è un progetto: è solo la voglia di fare, faticare, sfamarsi..sbagliare? Progetto tutto mio e solitario, come ogni volta che mi vengono in mente queste "mattate": oggi tutto sarà da tracciare e da valutare, e tutto in autonomia. Rischi maggiori e probabilità di successo minori, ma soddisfazioni maggiori.
La Luna che si corica all'orizzonte e si specchia sui pendii di neve ghiacciata assomiglia al Sole al tramonto sul mare. Mare di ghiaccio e mare di acqua: stessa sostanza, stato di fase diverso. La neve che ho intorno comincia a tingersi di diverse tonalità a seconda del suo orientamento. Magie.
Salgo la Cresta Nord del Cipolla con una luce blu ammaliante, per arrivare in cima sotto raggi di sole appena nati ma possenti. Avanti sulla sconosciuta Cresta Nord del Prado: voglio godermela tutta sul filo della cresta, senza "barare" sui lati.
Ancora di più verso l'ignoto, verso quella parete alla quale non sono nemmeno mai passato vicino: salgo il Canale NordEst del Sassofratto, ma prima di arrivare all'attacco sono già transitato sotto altre linee interessanti.. Il bello dell'Appennino e delle sue imprevedibili condizioni, è che qui l'Alpinismo è davvero fantasia: fantasia e libertà di andare dove si vuole. E ormai ci ho preso gusto, la sto masticando questa pelle dell'orso: torno giù e attacco il Canalone Nord, mischiandolo con la Partetina, uscendo per una goulottina ghiacciata. Inventandomela, godendomela. Scendo di nuovo, guardo di là..ma la tentazione è di qua: oso, rischio. Canale Centrale alla Parete Nordovest del Sassofratto: salirlo da soli non è proprio "da sani", ma oggi..è una giornata diversa, e questa è una salita che seppur breve è Appeninismo da leccarsi i baffi.
Scendo di nuovo, il criceto con le picche..guardo alla mia sinistra: il Canale dell'Ottantadue al Prado è lì..andare! Altra Appenninica al cardiopalma: in alto adrenalina e paura escono dai pori insieme al sudore, su questo misto terra neve erba ghiaccio. Che siano i peli della pelle dell'orso?
Scendo per un canalone, incontro un amico, passo sotto una nuova parete e..ma sai ho ancora fame? Canalone Ovest del Cipolla, con variante di uscita. Di nuovo al sole: pausa, e per oggi..basta, basta rischiare.

Ma se la vita non fosse un rischiare, un mettersi in gioco, un "va beh dai, proviamo", che gusto ci sarebbe? Non siam fatti per esser piatti, ma piuttosto spigolosi, incassati, aerei come creste e canali. La stanchezza inizia a farmi delirare, o sarà l'indigestione di pelle di Orso?

Link del racconto esteso della giornata con foto.

sabato 30 settembre 2017

I'm not like a bird: Baldo Groaz al Pian della Paia..volando

Dove va esser una spensierata giornata di arrampicata con due amici conosciuti da poco, e invece..

Dopo la bella giornata passata insieme allo Spigolo del Pollice delSassolungo, finalmente riusciamo a combinare una nuova giornata insieme io, Cristina e Flavio. Archiviati i sogni di una dolomitca, il meteo ci consente "solo" una visitina ad Arco, ma visto che è più importante la compagnia della meta, va benissimo. 

Ci infiliamo direttamente nel parcheggio del crossodromo (speriamo non ci siano gare oggi..) e il cielo è piuttosto cupo, ma che ce frega, la temperatura è ottima e la parete già la di fronte. Beh, circa, dobbiamo prima scorrere verso sud per un po', e una volta in prossimità di un frutteto, eccola bene in vista. Ben in vista gli strapiombi di Big Bang, e di conseguenza facilmente individuabile il diedro Manolo. La nostra via invece corre un po' in mezzo all'erba a cercare i punti più deboli. Speriamo non troppa erba! 

Porco cane questi orobici se pedalano, faccio quasi fatica a stargli dietro! Dentro il bosco, con il paretone che ogni tanto riappare per darci qualche punto di riferimento. Già, perchè trovare l'attacco non sarebbe semplice, con tutti questi ometti e sentierini, e col fatto che tante vie corrono una vicina all'altra. 

E infatti arriviamo contro alla base della parete, circa dove dovrebbe essere l'attacco (in realtà ci dovrebbe essere una rampetta sfasciumosa da rislaire), e troviamo degli spit che salgono. Va beh, non sembra impossibile come difficoltà, proviamo. Alla morra cinese vinco io, la mia forbice sulla carta di Flavio dice che parto io. Maledetta morra cinese. 

Letto da varie parti che la roccia non è proprio eccezionale, ogni passo viene dosato con delicatezza, ogni appoggio valutato e gli appigli si cerca di non tirarli. Alla ricerca degli spit e della roccia più sana, ondeggio a destra e sinistra, interrogandomi su dove stia salendo. Ma va beh, la troveremo più su la via vera.

Recupero i miei due compagni di oggi, e riparto, seguendo ancora gli spit. E qui si inizia con tratti di sentiero e fogliame, ma me l'aspettavo. Salto una sosta per cercare di salire il più possibile, e la roccia si fa sempre più delicata, ma nulla di preoccupante: pare di essere in montagna. Azz, mi si urla che mancano pochi metri.. Dai ancora un pochetto, ed ecco una radice con vecchio cordino: beh, integriamo con un friend va la! 

Riparto di nuovo, la continuità del tiro iniziale è un lontano ricordo. Roccia delicata ma salibile, sporco sparso e tratti da camminare: insomma uno zoccolo, dopo migliorerà! Un bel cordone su un albero mi fa pensare che forse osa sì che siamo sulla Baldo Groaz, che abbiamo cannato avvicinamento salendo i primi tiri di qualcos'altro, ma meglio così. 

Mi raggiungono Flavio e Cristina, non proprio entusiasti di come sia diventata la via, e per far prima vanno avanti loro: tanto il prossimo tiro è quasi un trasferimento alla base del camino col pilastro staccato. Beh, quasi, un po' di arrampicata alla fine per poter giungere ai chiodi di sosta alla base del camino c'è, eccome se c'è. 

Salgo io: già prima ero rimasto "stregato" dalle linee di vie che si diramavano verso sinistra, e ora alla base del camino è impossibile non notare tutto il giallone arancione a sinistra. Roba da bimbi grandi, e io sono un pupetto.

Bon dai, ora le cose si fanno serie, il camino offre difficoltà e passi atletici: ancora qualche tiro per me, poi lascerò passare avanti Flavio. Salgo i primi facili metri, ed ecco lassù un chiodo: parte la salita in spaccata, rinvio nel chiodo. Flavio mi suggerisce di metterne uno lungo, e c'ha ragione: sostituisco e riparto. Qualche metro in spaccata..ma ora? 

Devo passare tutto a sinistra, blocchi in leggero strapiombo ma sulla sinistra una parete quasi liscia. Prova, cerca mani, ma c'è poco. Torna a spaccare, ma non si sale. Provo e riprovo qualche volta, ma nulla. Va beh dai, c'è da farsi coraggio, il passo deve esser questo. cerca il meglio che si può per le mani, il piede sinistro su un accenno di appoggio, stacca il destro dalla parete e inizia a spostare il peso tutto a sinistra per portare il piede destro lì.

Sposta, sposta il baricentro, ma il piede sinistro diminuisce la superficie di contatto con la roccia, l'aderenza.. Il piede scivola, le mani non tengono, e..volo.

A differenza della caduta sulla Verte, non c'è tempo di pensare. Tutto troppo veloce, tutto troppo doloroso e adrenalinico. Riprendo possesso della realtà solo una volta fermo, un metro sopra la sosta. Ho capito che stavo volando all'inizio, ma poi il buio: ora ritrovo la luce, ma..che luce sarà?

Cosa mi son rotto?! Mi muovo?! Merda che male.. Fa vedere, riesco ad "alzarmi", a ricompormi, ma che male la gamba destra, e la mano destra. Oddio, la mano destra, che cazzo ci fa la base del medio fuori dalla sua sede?! E le altre due falangi all'insu tirate in modo innaturale da tendini spaesati?! In un impeto d'istinto, di adrenalina, ma anche di senno (ragiono sul fato che se lo tengo così, patisco le pene dell'inferno a ogni soffio di vento), avvicino la mano sinistra alla destra, indice e medio della sinistra sul palmo della destra, e il pollice sinistro a spingere la base del dito medio destro. Insomma me lo rimetto a posto da solo, spingo dentro la sua base naturale il dito che era "scappato". Se ci ripenso mi viene il vomito.

Sistemato questo: la gamba, che male. Sento voci preoccupate intorno a me, quel "no, ancora no, no" che mi fa subito dispiacere enormemente per Cristina, che a distanza di un mese rivive una brutta esperienza. Cazzo questa non volevo fargliela. Calma e gesso (come continuerà a ripetere Flavio nelle prossime ore) adesso, cosa fare. Calma e gesso.

Devo riprendere fiato. Il cuore non lo sento a mille, ma una certa nausea aleggia in me. "Ragazzi, fatemi venire in sosta che voglio sedermi, zioccan che male!". Una volta appurato che riesco a muovermi, la decisione è già chiara: ci si cala. Mi si conferma ciò che ho avuto l'occasione di osservare in altre situazioni di pericolo o di difficile gestione: ho un bel po' di sangue freddo. Oppure sono parecchio sciocco, chissà.

Seguiranno ore di manovre, di ritrovo delle soste precedenti, di attenti controlli di ogni nodo che viene eseguito. Il mars rotola rovinosamente verso basso quando mi svuotano lo zaino alla ricerca dei cordini d'abbandono: il mars che si perde nel vuoto, oggi ci sta. Io vengo calato, gli altri due scendono in corda doppia. L'umore, la lucidità, saranno però sempre buone, come si addice a ritirate del genere.

Abbandonare la prima sosta richiede già un districarsi tra corde e cordini e moschettoni per abbandonare meno materiale possibile e recuperare la sosta, non far casino con tutto quello che gira, slegarsi, rigelarsi, ecc. Calma e gesso, il mood del bergamasco. Si cala prima Cristina, poi vengo calato io: peccato ci sia da camminare un pezzettino. La gamba destra non si piega, ma almeno mi regge. Ziobo che male.. La mano destra non la uso, troppo male.

Verifica la sosta, sistema qualcosina, poi Flavio ci raggiunge. Altro giro altro regalo. "Flavio calami piano mi raccomando!" e tengo ben stretta con la mano buona la corda che tesa parte verso l'alto.. Cristina la vedo calma, per fortuna, non posso far altro che scusarmi con lei quando mi chiede come sto. I tempi sono lunghi, ma nemmeno lunghissimi. Alla sosta a spit è però ora di avvisare a casa con un messaggio vocale, visto che poi c'è da capire come tornare a casa io e la macchina: non posso guidare così..

"Dai, un altra doppia a siamo alla base" "Esatto, poi inizia la parte divertente: devo scendere in questo stato in mezzo a quel ghiaione a blocchi anche giganti!" vabbeh oh, siamo qua, già è bello poterlo raccontare e scendere sulle proprie gambe. Eccoci alla base, vorrei sdraiarmi ma accidenti alla pendenza: comodità zero!

Mi faccio pochi problemi a chiedere "ragazzi, lo zaino me lo potete portare giù voi che vorrei scendere il più leggero possibile per non affaticare le botte?", gli eroi poi si sa che fine fanno se no.. E loro gentilissimi si fanno subito carico del fagotto. Intanto mettersi calzini e scarpe non è comodo per un cazzo. Tantochè devo farmi aiutare. Madonna, quanto mi toccherà star fermo? E la mano che danni avrà subito? Non sono un medico, non penso di essermela rimessa in sede correttamente da solo..

Tocca alla chiamata a casa per far sentire la mia voce, e sdrammatizzare con una risata. No no, il pantalone non voglio toglierlo, non voglio vedere la botta sulla coscia che poi prendo impressione. Via, in cammino, in modalità culo a terra e slittino sul fogliame all'inizio. Per fortuna le cose vanno meglio del previsto, del temuto. Sostituendo quando possibile la gamba destra col braccio sinistro, e sbilanciandomi tutto a sinistra, riesco a superare i gradini più alti.

Qualche pausa a riprendere fiato. Merda la mano, se ripenso alla lussazione mi viene il vomito. Ma una cosa del genere l'ho già vista in qualche film.. Non ricordo bene quale però.. Domani sera mi verrà in mente, Arma Letale, Mel Gibson e la spalla lussata per togliersi la camicia di forza: che poi si rimette a posto da solo..

E quando le cose possono andar male.. A scendere sbagliamo traccia, scendiamo troppo, tocca risalire e traversare verso sinistra faccia a monte. Finalmente sulla strada, Flavio corre a prendere la macchina. Ma finchè si tratta di camminare sul pari con una gamba immobilizzata, riesco senza impazzire. Flavio ci viene incontro, si sale al volo e si scheggi verso il bar. 

Al parcheggio del bar delle Placche Zebrate, è giunto il momento di vedere il danno alla zampa. Madonna che botta, e quanto è gonfia già.. La grattata è poca, ma che botta. E mi sa che devo pure ringraziare le scarpe da avvicinamento attaccate dietro il culo e non infilate nello zaino, se no l'osso sacro ne avrebbe presa una anche lei. Bar, birra, panino, ghiaccio, e..riflessioni.

Poteva andare peggio. Ok, poteva anche non andare, ma poteva andare peggio. Son caduto su un tratto verticale, ma subito sotto era pieno di spuntoni, blocchi di roccia, ottimi posti per rimbalzare come in un flipper dove però la pallina è ben più molle e offendibile che gli ostacoli. Ora vediamo i controlli, le visite, la convalescenza, il riposo, il recupero come andranno.

Primo volo personale, spero l'ultimo. Grazie ai compagni di scalata per l'assistenza e il conforto. E da qui in avanti, zaino sempre sulla schiena e scarpe legate dietro al culo! Segno che, se mi riprendo, penso di tornarci ad arrampicare.. Cristina e Flavio, vi devo una salita!

Qui altre foto.

domenica 17 settembre 2017

Quando la parte dura è arrivarci: Simonetta alla Rocca di Perti

Ci sono cose nella vita a cui non potrei rinunciare, ma non sto ad elencarle se no finisce il post. Ci sono cose nella vita di cui invece farei certamente a meno, ma anche queste non le elenco..tranne una: un avvicinamento di merda. E oggi incappiamo proprio in un avvicinamento di merda. 

Dopo la giornata di ieri, sveglia nella tenda che fuori ci sono le prime luci, su le canne e via sparati verso la ricerca di un bar per la colazione. La rispettosa della legge Francesca (a cui non resta il cambio in mano) non entra nei sensi unici, quindi saltiamo un bar ma ci ritroviamo in un altro niente male. Ora che la pancia è piena (eccome!), la giornata può iniziare. 

Rocca di Perti, settore settentrionale. Seguiamo una relazione, poi un cartello in discordanza con essa, e da qui nasce il caos. La parete è lassù, non molto distante, se anche questo è il parcheggio sbagliato, troveremo il modo di arrivarci, ci sarà una traccia: troppo comodo questo spiazzo per non esser utilizzato. Ma i mille dubbi sulla correttezza di ciò, ci porteranno..nella giungla ligure. 

Dopo un po' di strada sterrata, un cartello ci informa che il mercoledì e la domenica è una zona di caccia al cinghiale: partiamo malissimo. Dopo poco un'invitante traccia sulla sinistra sale nel bosco. Fiducioso la prendo: è ben marcata, non certo un'autostrada ma ho visto ben di peggio. Poi la roccia è poco lontana. 

Dopo poco inizia la ravanata dell'anno. Anzi, spero della vita, perchè una roba simile spero mai più. Traccia evidente per terra, ogni tanto mi pare pure qualche impronta, ma col senno di poi (facile parlare col senno di poi) quella che forse era una vecchia traccia degli arrampicatori, è ora solo degli animali selvatici. Animali pure bassi: perdo il conto di quanti rami e tronchi secchi devo spezzare per poter passare, per poter seguire la traccia. Spine, rovi, maledico i pantaloni e maniche corte: graffi, spine, ferite, anche perchè a un certo punto mi rompo le palle e avanzo come un caterpillar per farla finita prima. Ma non si può, c'è da soffrire. Ma dagli altri non posso certo farmi vedere nervoso e sofferente "tranquilli una traccia c'è e presto saremo su un sentiero migliore" "Ma il sentiero lo stai facendo tu?!". Finirà bene questa agonia. Il sudore brucia già sui graffi che sanguinano. Alleluja, un sentiero. Fuck. 

Ci ritroviamo alla base di una salita di roccia. Sguardi poco sereni e poco divertiti. Cerchiamo di capire dove siamo, deduciamo essere all'attacco dello Spigolo Nord: veloce consultazione e andiamo a cercare Simonetta, alla base della quale interrogherò tutti gli arrampicatori che passano sul "ma voi da dove siete saliti?! Che noi abbiamo.." per sentirmi rispondere "tranquillo, non siete i primi e nemmeno gli ultimi!" 

Decidiamo le cordate. Marco dice a Francesca: "Dai facciamo me e te, che poi chissà per quanto tempo non arrampicheremo più insieme" e vedo fiotti di lacrime scendere sulle guance di entrambi. Le vedo anche su quelle di Stefania, ma sono di disperazione perchè le tocca legarsi con me. 

Parte Marco, i primi metri sono ovvi, poi dalla cengia a me ispirerebbe salire quel diedro spostato sulla destra, ma chissà se sia quello giusto. Infatti probabilmente non lo è, anche se in questa prima parte ognuno sale dove vuole. Marco se ne esce nettamente verso destra. Io parto per ultimo, mentre altre due cordate scalpitano dietro di noi.

Quando tocca a me, sono mosso da due smanie. La prima è quella di fare presto perchè comunque in montagna c'è sempre da fare presto e non perdere tempo: più stai in parete e più sei esposto ai pericoli oggettivi di essa. La seconda è che non voglio sovrappormi alle due cordate dietro: finchè siamo noi quattro a intrecciarci come a Twister, va bene, ma farlo con sconosciuti anche no. 

E così, parte il gran concatenamento (L2 e L3 dei sassbaloss). Secondo me non siamo proprio dove dice la guida (ma torna coi sassbaloss), perchè la placca che trovo dopo aver camminato non è certo di 3. E già sento la corda tirare.. Supera questa, punta allo strapiombone per raggiungere il quale servono ancora dei passi delicati, traverso e risalita diun diedro appoggiato dove la corda è da issare a mano. Sul terrazzo al sole, finalmente sosta. Che caldo qua! 

Mi raggiunge Francesca anche lei tirando le corde, "non mi piace però salire così incrociati" "eh lo so, ma meglio con te che con quelli sotto. E sempre meglio non aver nessuno sopra la nostra testa". Si recuperano i nostri amici che arrivano senza colpo ferire. Stefania parte subito: tiro di trasferimento, e quando è circa a metà Marco esclama "Ma c'è un animale grande che sale", e io in modo naturale "Ma è la Ste". Si scoppia a ridere, e dopo poco spunta una capra poco dietro di lei. Mah. 

La corda tira, la mi amica sosta alla base dello spigolo. La raggiungo per ripartire e..merda che unto! Questi sì che sono passi impegnativi! E a pochi metri da terra.. Con svariati tentativi, mi fido dei piedi, sospirone, e sù. Meno male mamma m'ha fatto lungo e dopo riesco a prendere una bella manetta per fare un'aderenza più..serena. Salita, camminatone nel bosco, passo la scritta della variante e sosto su degli alberi davanti alla scritta col nome della via. 

Stefania mi raggiunge, ma evidentemente l'avvicinamento le ha rovinato la giornata. Oppure lo stare in cordata con me è diventato piuttosto stressante: dovrei rimettermi a cantare forse.. Prova a partire, ma spaesata dal proseguo torna giù e mi cede il proseguo. E chi sono io per rifiutare certi doni? Arrivati gli altri due, una letta alla relazione e via. 

In effetti la parte sopra non è intuitiva: di certo a sinistra sono gradi abominevoli, sopra non si capisce. Infatti c'è da salire un po' e poi deviare verso destra a prendere una lama goduriosa. Forse il tiro più della via, anche perchè non presenta vegetazione. Una cengetta conduce in sosta ma..ho ancora così tanta corda a disposizione. 

Proseguo. Oh però che partenza boulder! Poi finalmente qualche mano aiuta. Finalmente sono anche in piena parete, circondato da cielo e da aria sopra, sotto a dx, a sx per decine di metri. Esposto insomma. Si stadaddio insomma. Una bella fessura in un appena accennato diedro appoggiato porta velocemente verso la sosta finale. 

Aspetto i miei amici, comodo, assolato. Si sta bene qua: non più il senso chiuso del bosco, o la limitata visibilità per ciò che ti circonda. La vista può spaziare, puoi sentirti parte di qualcosa in senso di "partecipante" e non solo di "spettatore". Sarà per questo che vado in montagna anche, per ritrovare il contatto con una madre natura che vorrei seguire, non soggiogare con quella che chiamiamo "civiltà". Elucubrazioni di una mente malata. 

Tutti in cima. Parte il momento di cambiarsi scarpe, mettersi comodi, sistemare il materiale, mangiare e bere. Vacca boia che caldo. Ci raggiungono anche le altre due cordate, per fortuna non la capra, che ci ha lasciato un bel tappeto di pallettoni marroni su cui camminare e sedersi: ovunque! 

Vedo il parcheggio giù, il nostro, e vedo anche il loro, quello giusto. Così vicini eppure così distanti secondo la nostra ravanata: ossessionato da due aspetti, "come cavolo è possibile che non siamo passati per quel parcheggio" e "come cavolo arriviamo al nostro parcheggio senza rifare i cinghiali?!". La risposta sarà più facile del previsto.

Dai sù scendiamo, traversone verso sud, si scorre sotto altre pareti, che voglia di arrampicare. Questo è davvero un bel posto: una roccia strana ma che tiene, lavorata tantissimo dagli agenti atmosferici fino a crearne delle grotte e sistemi strani di colori che si intervallano. Peccato la distanza da casa. Raggiunta la cava, qualche indecisione poi giù a destra. Ed ecco la sbarra e l'indicazione "Falesia dei Tre Porcellini". 

Tempo di decidere il da farsi. "ma io vorrei andare al mare" "ma io vorrei essere a Modena in tempo per prendere il treno, ma non saltiamo il mare e aperitivo". Ho capito, andiamo a cercare la macchina, che già potrebbe non esser facile. 

Invece è facilissimo. Stamattina siamo "solo" saliti troppo presto dentro il bosco, bastava andare avanti ancora un po' e saremmo dove siamo ora. Ma che cazzarola! pace, lo sappiamo per una prossima volta, magari presto anche.. Ma ora, bagnetto al mare dove le ferite della giungla ligure bruceranno col sale, e poi un deludente Mojto.. Va beh, non tutto può andare liscio, ma nemmeno tanto storto quanto l'avvicinamento!

Qui altre foto.
Qui e qui report.
Qui relazione.
Qui la guida.

sabato 16 settembre 2017

"Cose" liguri e molestie su roccia: Via Lunga al Palp..Pianarella

A distanza di due settimane, (qui e qui) rieccoci a Finale Ligure: il meteo non concede altro scampo, ma mica è un dispiacere. Stavolta con me e Stefania, abbiamo i neodiplomati Francesca e Marco: più che ad arrampicare, saranno pronti alla vita da scappati di casa?! Sembrano cavarsela bene.. 

Ma tutto non può che andare con grasse risate: ragazzi giovani, alla mano, anime che si compensano. Io che rompo le palle per orari e smania di fare. Stefania che mi frena, blocca, smorza, spingendo tutti alla parte più godereccia coi piedi sotto un tavolo. Francesca pignola, precisa, curiosa, domandosa, a metà via tra il facciamo altro o basta così. Marco che sopporta Francesca e un po' tutti in generale, assorbe, incassa, aiuta, e motiva. Siam perfetti. 

Destinazione Bric di Pianarella, che poi mi piacerebbe pure andare a fare una foto su quegli obelischi laggiù. Stefania ha scovato la via: Via Lunga, senza varianti per Dio, stiamo sul 4c. Ma lei ha guardato la guida Finale 8.0, mentre una relazione parla di 6a anche sul penultimo tiro: ahia, qui sta per succedere qualcosa.. 

Con l'aroma di frizione che ci inebria, ci si cambia nel più tipico dei parcheggi liguri: il bordo strada. Lanciati diretti verso le nostra via, con una bella salita nella giungla ligure (solo un assaggio rispetto a domani), fino a trovare la roccia, e che roccia. 

Poi alla ricerca dei missili, del canale di II da risalire: Stefania guida la ciurma, si avventura per un impervia roccia, una mano su un tronco, si gira e "oh raga', ma sarà di qua?": aguzzo lo sguardo, mi pare che..sì sì "Ste, sul tronco c'è inciso <Lunga>!": indicazioni liguri. 

Salgo in mezza arrampicata su terra, esco su un pianoro, dubbioso però sull'essere nel punto giusto. Un bel cartello "Divieto di arrampicata, area non controllata" acuisce i miei dubbi. Guarda di qua, guarda di la, provo a salire lì che forse, mi sporgo, ah ecco un chiodo. Dai, ci stà che sia giusto. Dubbi liguri.

Decise le cordate, parto io all'esplorazione, a verificare che siamo davvero sulla strada giusta. Alle mie mezze è legata Francesca, seguono con l'intera da 80m Stefania e Marco: nel caso serva qualche manovra strana, siamo attrezzati e in fila (beh, questo non è detto). Fare sosta? No, continuo, voglio concatenare: 240m in 12 tiri mi pare esagerato.. vado per il passo atletico di 4c della partenza di quello che sarebbe L2. Ma vigliacc, cazz, che strapiombetto senza mani! Partiamo bene! Ci metto tre tentativi prima di passare. Va beneeeeee. Passi atletici liguri. 

A quella che sarebbe S2 trovo quattro persone dubbiose sul dove si trovano: cercavano l'attacco della via lunga, sono saliti fino a S2 per boscaglie.. Ok, il tappo è fatto, mi sa che i concatenamenti sono finiti. Arrivano gli amici, con quella sicura frase "ma se il 4c è così, figurati il 6a!". Gradi liguri. 

Parte Francesca, per la placca del nostro secondo tiro. Non pare banale da giù, e dal davanti lo diventa! Ma agile e concentrata, passa e sosta appena sopra. È la mia volta: provvidenziali alcuni biditi per avere quell'equilibrio necessario per sculettare di qua e di la e salire su. E guardo su, e vedo roccia spettacolare: grigia rosa rossa arancione, erosa. 

Mi aspetta un tiro di mezzo camminamento alla ricerca di un camino che salo in placca a complicarmi la vita: vorrei proseguire, ma è impossibile, le corde tirano già. Sosta in mezzo a un boschetto, che tanto la ragazza dell'altra cordata è qui.. 

Va Francesca, un bel traversino su lama, un po' d'erba che non guasta mia (no, guasta sempre mentre arrampichi), e intanto sento che quelli davanti a noi hanno sbagliato strada: si sta formando un tappo, l'ideale per la mia sempre "ansia"! La Fre sosta su alberello prima della grotta, la corda tira troppo. 

La raggiungo e riparto subito, ma tanto alla catena all'uscita della grotta mi fermo ad aspettare chi ci precede. E di nuovo che roccia spettacolare e lavorata, scolpita, in modo divino e fantasioso. Un bel tiro con una placchetta finale che deposita su una piccola cengia dalla quale si arriva anche per una variante (vedasi corda fissa sotto di noi su cui issarsi sulla terra verticale). 

Marco e Stefania ci seguono a ruota: in sosta è d'obbligo farsi due risate in compagnia! Stupendo diedro per Francesca, uffa si becca i tiri più belli (l'erba del vicino è sempre più verde)! Poi scompare alla nostra vista e al nostro udito. Quando tocca a me partire, è d'obbligo la foto dello yogino nella grotta a gambe incrociate (che però ho perso). 

Il diedro non è per nulla banale, anzi. E in questa via esser lunghi aiuta parecchio: mi fermo quindi ad aspettare la mia amica Stefania e allungarle qualche rinvio. Che poi lei è già partita prevenuta, e si sà che se di testa già ti condizioni, quando poi arrivi sulla roccia..è un casino. E parte un po' di.."circo". Ma va tutto alla grandissima, per ora. Sorprese liguri. 

Alla nostra S6 (da dove partono le varianti) la roccia che ci sovrasta fa impressione: pance strapiombanti lisce. No no, andiamo per la normale, non ci penso nemmeno! Cammino sulla cengia fino a trovare la placca che..prendo troppo presto, trovandomi su dei gradi che non sono certo 4b: e infatti ci sono gli spit, non i resinati. Non contento, mi invento di traversare verso destra, fuori via (che saliva dritto) e per cercare di concatenare un pochetto. 

Roccia mica bella, ed ecco gli anelli di sosta lassù a sinistra: pace, ormai sono qui, proseguo. Proseguo sotto questo magnifico anfiteatro di roccia rossa , un grottone pauroso, una figata. Roccia ligure. Tira la corda, ma è normale, tira la corda, ma ecco gli alberelli su cui far sosta, ma..la corda finisce a 2m. E tira come un bue che traina il carro (no, come l'asino), lancia il cordino e costruisci una prolunga di 3m per sostare "comodamente". 

Chissà se siamo nel posto giusto. Ma sì dai, se leggo quella li sopra deve essere il grottino. Recupero la Fre, urlo però a Marco di fare sosta li sopra che è meglio, tanto noi li aspettiamo. Poco prima che arrivino, faccio ripartire la mia compagna di cordata: bellissimo grottino, ci si può entrare dentro o uscirne a destra. Lei gentilmente capendo che io dentro non passerei data la stazza, prima ci entra, poi ne esce e traversa. 

Grazie. grazie, perchè quando tocca a me..me la godo. Il grottino comunica con la placca di destra con una serie di fori dentro i quali infilare le mani, per intere. Un emmenthal di roccia che non può che farmi esclamare "come  i piacicono i buchi!" e Marco a seguire, da brav'uomo no può che confermare: campione del mondo nell'infilare mani nei buchi! Marco si mostra già..molestatore di roccia. Buchi liguri. 

Grazie Fre che hai pure concatenato e sei arrivata a fare sosta sotto al passaggio chiave della via: che così, tocca a me. Non voglio fare il grosso, ma sapendo di arrampicare meglio (attenzione ho detto "meglio", non "bene") da primo, vorrei salire io questo tiro. Merda però che partenza. Merda però che panorama. Panorami liguri. 

Bando alle ciance, salire! Prova una volta, vacca bestia questi piedi mi terranno? Torna giù con la coda tra le gambe. Dai prendiamo coraggio: piede sul niente, latro su placca inclinata unta, mani nella fessura poco accennata, un simil dulfer, su i piedi, cambia piede (non scivolate), su la mano, ziocca non c'è nulla per la mano, sali di più coi piedi, mano piatta, meglio che nulla, palpitazioni, altri movimenti, bon son fuori. Che boulder! 

Proseguo la salita per bellissima roccia lavorata a pianerottoli, mani discrete ma tutto verticale. Bel traverso delicato ed esposto come piace a me, qualche foto (si vede che non sono troppo scomodo!), ma prima di poter arrivare in sosta un'altra placca dalle gambe lunghe: le ho, le anche un po' meno mobili di quello che servirebbe, ma oh issà. Sosta su cengione ma..allungo il barcaiolo per vedere giù. 

Un veloce e intenso scambio di opinioni sulla difficoltà del tiro e sul come affrontarlo da parte dei miei partecipanti. Fino ad optare alla manovra d'emergenza del grappolo: ma solo perchè così i neo diplomati imparano qualcosa! No vabbeh, il tiro è duro, io son passato per il rotto della cuffia, e col traverso finale non sarebbe possibile calare corde. Grappoli liguri. 

Francesca con non poche difficoltà sale: resta però un po' attorcigliata nelle corde, lei che ceduta una mezza a Stefania. Stefania che odia gli strapiombi, non può che odiare la prima parte del tiro: parte bene, ma la poca fiducia nei piedi (e la capisco!) la fa ghisare troppo sulle braccia. Qualche altro tentativo, e la ghisa negli avambracci si sedimenta e non se ne va. 

Ci pensa il buon Marco a motivarla, le mie incitazioni sono inutili e controproducenti ("ma basta tenere le mani alte se non sali!"). marco la motiva pure "a mano". "A manone". A.. palp.. diciamo che le luci hanno imitato la roccia rossa, gulp. La mia amica arrivando alla seconda parte del tiro riferirà "Volevo morire, il traverso m'è parso una passeggiata in confronto". 

Arrivato anche Marco possiamo ridere e deridere di lui e delle sue molestie (dai si scherza ragazzo!) per poi finalmente convincersi a uscire con questi ultimi 15m di corda. E una volta fuori, iniziare a fare i conti con l'orario: della foto sul siluro ormai ho capito ne farò a meno, ma di bere e mangiare no. Il Vinaio con a fianco Irene e Paola fa per noi! 

Scendiamo più alla svelta che possiamo, districandoci sul pianoro sommitale e nelle tracce di sentiero che pensiamo ci conducano verso l'auto. E funziona, ben presto siamo sul sentiero abbandonato all'andata e con la luce che fatica a penetrare in questa boscaglia (il cielo poi non è stato proprio limpido oggi), filiamo verso l'auto facendo i conti con l'orologio. 

Meno male google maps ci da solo 18 minuti per arrivare alla nostra fonte di gioia serale, e si scheggia verso! Solo che, troviamo tutti i tavoli pieni e chiusa la gastronomia delle nostre angele di conforto. Lacrime. Ci "accontenteremo" del baretto a fianco e di una pizza, prima di andarcene a dormire alla selvaggia. 

E questa va raccontata, va ricordata. Auto della Francesca, una multipla piuttosto agée con ancora le musicassette, uno stecco di legno a reggere il baule quando lo si apre, e tante altre piccole cosucce da vecchia fiat. Una frizione che ci ha già inebriato dei suoi profumi, ma non basta. Alla ricerca di una piazzola per parcheggiare, dopo alcuni tentativi infausti, mi viene ceduto il volante del vecchio ronzino per manovrare e parcheggiare. Al secondo tentativo di manovra, mi resta in mano il cambio: ecco, io avrei voluto vedere la mia faccia, cosa che hanno visto i miei amici, un mix di disperazione stupore incredulità del tipo "ma come diavolo può succedere questo ma adesso rimaniamo con l auto in mezzo alla strada ma domani come facciamo a tornare a casa oh mio Dio siamo spacciati". Ma è tutto normale, per una vecchia fiat, due pugni e torna a posto.

Qui altre foto.
Qui e qui report.
Qui la guida, ma con gradi mica troppo corretti, infatti qui sono ben diversi